Paul David Redfern
Artista digitale

Cavaliere dell'Ordine al merito della Repubblica italiana, catalogato nell'ERPAC (Ente Regionale del Patrimonio Culturale del Friuli Venezia Giulia).



Foto

A fine anni Ottanta sono entrato nel mondo della editoria da tavolo ai più conosciuta come desk top publishing. In questo periodo di transazione dalla “tradizione” al digitale ho seguito, per conto di un rivenditore autorizzato Apple, le varie tipografie e studi grafici del Friuli Venezia Giulia. Ho scoperto così un mondo a me sconosciuto ma che mi ha coinvolto sin da subito. Avevo l’opportunità di testare in anteprima tutte le attrezzature digitali (computer, scanner, stampanti) con i relativi programmi.

Nel 1989 vengo in contatto con il programma di fotoritocco Digital darkroom . All’epoca questo software della Silicon Beach , successivamente acquisito dalla Adobe, era l’unico dedicato al fotoritocco esclusivamente in bianco e nero e in lingua inglese. Nelle immagini la confezione originale e alcuni “screen shot” del programma. E’ di questo periodo l’opera “Il n°7”. Il logo elaborato digitalmente della Silicon Beach, ossia l’ammonite, diventa la mia firma digitale. Essa è inserita in ogni mia opera ed è parte integrante della stessa.

Posso confermare, dunque, che grazie a questo programma, predecessore di Adobe Photoshop, ho capito che potevo ampliare la mia visione creativa e “trasformare” i miei collage tradizionali in qualche cosa di innovativo nonché interessante: Photomorfosi.

I primi esperimenti sono stati delle fotoelaborazioni stampate a 300 dpi su stampante Apple LaserWriter II (1988). Esse erano solo in bianco e nero e di bassa qualità. Dalla metà degli anni Novanta grazie alla nuova tecnologia, come ad esempio, Macintosh II , Scanner A4, Monitor a colori, ecc. le cose hanno notevolmente migliorato. Con la nuova tecnologia dedicata al mondo grafico-tipografico nonché a quello della fotografia, e grazie alla prima versione di Adobe Photoshop , ho elaborato un nuovo concetto di fare fotografia. Infatti, nel 1994, concretizzo le mie prime Photomorfosi (metamorfosi della fotografia tradizionale). Con l’opera “The cup-Il calice” inizia il mio percorso artistico-digitale.

Siamo agli albori di quella che oggi conosciamo col nome di fotografia artistica digitale. Il “modus operandi” era alquanto complicato. Ad esempio c’era il problema della qualità dell’immagine (pixel ) stampata e la durata nel tempo della stessa. Tutti problemi che per fortuna sono stati risolti in questi anni. Oggi esistono fotocamere digitali professionali che nulla hanno da invidiare rispetto a quelle tradizionali.

All’epoca, però, non soltanto non esistevano le fotocamere ma nemmeno scanner a colori o monitor in grado di gestire milioni di colori. Inizialmente, quindi, per ottenere una immagine digitale a colori bisognava ingegnarsi. Allora esisteva uno scanner portatile in formato A4 della Sharp. Esso acquisiva l’originale in bianco e nero ma grazie al metodo RGB ottenevo alla fine una immagine a colori. Lo scanner aveva, infatti, tre fogli di acetato in dotazione: rosso, verde e blu. Con la somma delle tre scansioni si passava dal bianco e nero a colori. Esperimenti interessanti e da considerarsi tali e nulla più.

Grazie alla collaborazione con AGFA Italia ho acquisito lo scanner professionale "Duo Scan" e sono stato tra i primi testimonial per quanto concerne l'uso della fotocamera ePhoto 1280 . In questo periodo altre aziende si sono cimentate nella costruzione di fotocamere digitali che però si sono rivelate un vero "flop". Apple stessa con la QuickTake 150 e successivamente con la QuickTake 200 ha abbracciato il mondo della fotografia. Pure la HP con la Photo smart318 ha fatto, all'epoca, un tentativo. Il prezzo alto e la bassa qualità finale dell'immagine ha determinato la fine di questi "reperti" tecnologici tutt'oggi ancora in mio possesso.

Le prime Photomorfosi sono frutto di ore e ore di lavoro poiché i dati da elaborare erano molto “pesanti” e i computer non adeguati. Anche la qualità dell’immagine era non idonea. Nonostante queste difficoltà sono riuscito a realizzare delle immagini interessanti con qualità più che accettabile. Normalmente il formato prescelto era il classico 20x30 cm (es. Attrazione fatale) ma riuscivo a realizzare anche opere 50x70 cm (es. Pesca subacquea). Prima di tutto creavo lo sfondo volutamente sfuocato e registravo il file. Poi realizzavo i singoli elementi alla massima qualità possibile e li registravo. La registrazione di ogni singolo file era molto importante poiché Photoshop non aveva ancora l’opzione “storia” ma soprattutto se c’era un guasto elettrico si perdeva tutto il lavoro di ore. Oggi, per fortuna, questi problemi sono “storia”.

Quindi nel’90 realizzavo l’immagine al computer assemblando i vari file in uno unico e cioè quello che fungeva da sfondo "sfuocato". Poi fotografavo il risultato finale allo schermo con una normale fotocamera. Ottenuta la diapositiva la stampavo in Cibachrome . In questo periodo utilizzavo ancora una tecnica mista ovvero l'uso della cosiddetta tecnica del "dia-sandwich" (L'anfora). La qualità non era eccelsa ma più di così non si poteva fare. Quando ho avuto la possibilità di realizzare le mie diapositive con il “Polaroid palette” le cose hanno migliorato notevolmente.

Con l’avvento degli scanner a colori e successivamente con le fotocamere digitali ho iniziato a realizzare immagini di una certa qualità. Ovviamente le prime fotocamere non erano ancora ottimali per il mio linguaggio artistico ma in tempi brevi esse hanno raggiunto i livelli qualitativi che oggi conosciamo.

Attualmente opero con una fotocamera Nikon 3100 , un I Mac 20 pollici e GIMP o Adobe Photoshop CS (con iMac vecchia generazione). La stampa, invece, viene realizzata su carta Epson Matte Enhance tramite stampante Epson Stylus Pro 3800 .



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